

54. Forza e debolezza della rivolta napoletana.

Da: M. Themelly, Introduzione a L. Minichini, Luglio 1820: cronaca
di una rivoluzione, Bulzoni, Roma, 1979.

Bench la rivoluzione napoletana del 1820 presenti indubbi
caratteri di modernit, affermandosi come la prima rivoluzione
liberale e borghese avvenuta nell'Italia dell'Ottocento, lo
storico italiano Mario Themelly ne coglie anche le intrinseche
debolezze. Infatti, nonostante la presenza di fermenti
progressivi, la rivolta si svolse in un regno nel quale
prevalevano tutto sommato l'immobilit delle strutture economico-
sociali e dopo il 1815 la staticit del quadro politico. Un tale
quadro generale sostanzialmente fragile era aggravato dalle
divisioni sorte fra liberali e moderati all'interno del gruppo
degli insorti e dalla totale estraneit al movimento dei
contadini, piegati da irrisolti problemi economici e dalla fame.
Tali molteplici condizioni portarono cos, a fronte di un rapido
successo iniziale del moto, ad un suo altrettanto repentino
fallimento.


Le vicende napoletane risultano inserite nel vasto moto delle
rivoluzioni che nell'era della trasformazione industriale hanno
segnato le tappe della conquista borghese del potere, e sono
insieme collocate nella storia dello sviluppo della societ
meridionale. I due processi sono in qualche modo connessi. Le
ripercussioni dell'industrializzazione, della Rivoluzione
francese, delle guerre napoleoniche, giungendo sino alle province
meridionali, avevano accelerato le spinte che da oltre un secolo
agivano nel profondo e avevano portato il processo di
trasformazione ad un punto di non ritorno. Nel quadro di una
generale espansione della propriet borghese, l'ordinamento
feudale era stato rovesciato, la terra privatizzata, il mercato
interno ravvivato, erano state impiantate strutture statali
moderne. Soprattutto nella piccola e media borghesia delle
province erano emersi nuovi gruppi dinamici. Anche tra i
personaggi che da secoli avevano costituito l'ossatura della
societ meridionale circolava uno spirito nuovo. L'amministrazione
francese, fondando una burocrazia di tipo moderno, aveva offerto
alla borghesia la possibilit di partecipare alla gestione del
potere. Nei ministeri, nelle intendenze, nelle sottointendenze
uomini nuovi, per lo pi abbandonando la conduzione della terra,
avevano acquistato competenze specifiche e la pratica della
direzione degli affari. Nell'esercito, sotto le insegne
borboniche, militavano gli ufficiali che erano stati in Spagna ed
in Russia. Nei tribunali operavano magistrati che avevano servito
Murat ed applicato il Codice civile. Nelle librerie di Napoli,
nonostante la censura, si vendevano libri della pi recente
produzione europea. Non solo Rousseau e Condillac [tienne Bonnot
de Condillac, filosofo francese ispiratore delle dottrine
illuministiche] ma anche Ossian [personaggio leggendario,
protagonista di poemi irlandesi di stampo romantico] penetravano
nelle campagne e persino nei seminari. Anche nella cultura e nelle
arti, soprattutto nella pittura, si manifestavano segni di
irrequietezza e di libert intellettuale.
Ma a questa disseminazione di fermenti progressivi facevano
contrasto l'immobilit delle strutture economico-sociali e dopo il
1815 la staticit del quadro politico. Nel-
l'economia la voce dominante era ancora l'agricoltura e nelle
campagne nonostante l'espansione della propriet borghese era
rimasto immutato il quadro tradizionale dei rapporti di
produzione, dei metodi di lavorazione e di conduzione.
Gli studi recenti hanno fatto luce sulla reale consistenza delle
forze che sostenevano la spinta progressista. E' emersa
l'intrinseca debolezza d'una borghesia nata e cresciuta all'ombra
del feudo e all'ombra del potere statale, impadronitasi, nel
Decennio francese, dell'eredit feudale. Da questo vizio d'origine
deriva quella limitatezza di respiro, quella mancanza di slancio
che non le consentirono di dirigere il processo di trasformazione
della societ, e tantomeno di assumere, almeno negli anni della
Restaurazione, la consapevolezza di una classe in ascesa. La
borghesia meridionale appare come un coacervo di gruppi
disarticolati divisi da interessi contrastanti e da fratture
profonde: la pi nota contrappone la borghesia delle province a
quella cittadina. Nell'alto le oligarchie finanziarie ed i
monopolisti sono legati da vischiosi rapporti ai vecchi centri del
potere statale; nel basso la piccola e media propriet terriera si
rivela incapace ad attrarre il mondo contadino che rimane chiuso
nella miseria di sempre, e dal quale continua ad essere divisa da
una secolare vicenda di rapina e di lotte.
Queste indicazioni che sottolineano i limiti entro i quali
operavano le forze storicamente progressive, ed insieme gli
aspetti disgregati e contraddittori della societ meridionale,
rivelano come l'entusiasmante unit del fronte rivoluzionario
borghese-popolare che si costitu nelle giornate di luglio
poggiasse sopra fragilissime basi. Insieme spiegano come il senso
della rivoluzione napoletana - il fulmineo successo, le modeste
realizzazioni, il disastroso crollo - debba cercarsi in quella
compresenza di spinte innovatrici e di resistenze moderato-
conservatrici che caratterizz l'opera della classe dirigente
durante il periodo costituzionale. Questa ambivalenza di fondo si
riflette sulla associazione che per la prima volta nella storia
del Mezzogiorno tent di organizzare la societ civile intorno ad
un programma di relativo progresso. Proprio perch aspirava a
raccogliere tutte le forze vive d'una societ in trasformazione,
la Carboneria fu segnata da profonde divergenze e in essa si
giustapposero programmi politici e orizzonti culturali diversi:
miti palingenetici, caute aperture verso le classi popolari,
tenaci difese degli interessi dei ceti possidenti. Queste
contraddizioni paralizzarono la setta ed anche attraverso la sua
crisi pass il fallimento della rivoluzione.
